La storia dei semiconduttori taiwanesi non inizia con TSMC. Inizia nel 1980 con UMC, prima società di semiconduttori dell'isola, nata anch'essa da una costola dell'istituto di ricerca pubblico ITRI.
Le origini
UMC parte come produttore integrato — progetta e vende chip propri — e solo a metà degli anni Novanta si converte al modello pure-play, scorporando le attività di progettazione (da una di quelle nascerà MediaTek). Nel 2000 fonde cinque società del gruppo in un'unica entità e per un periodo insegue TSMC con una certa credibilità.
La divaricazione arriva negli anni Duemiladieci, quando il costo di ogni nuovo nodo cresce più velocemente del mercato indirizzabile. Nel 2018 UMC prende la stessa decisione di GlobalFoundries: fermarsi ai 14 nanometri e non sviluppare oltre. Non è una resa, è una scelta di allocazione del capitale — e a giudicare dalla redditività degli anni successivi, non era sbagliata.
Cosa fa davvero
Il cuore dell'attività è il nodo a 28 e 22 nanometri, il punto di equilibrio economico più longevo della storia recente dei semiconduttori: abbastanza avanzato per la maggior parte dei chip che non sono processori, abbastanza maturo da essere ammortizzato. Attorno ci sono processi speciali — alta tensione per i display, memoria embedded, RF, sensori d'immagine — e una presenza crescente nel packaging e nell'integrazione di componenti.
Le fabbriche sono a Taiwan, a Singapore, in Giappone e in Cina. Negli ultimi anni UMC ha stretto una collaborazione con Intel per sviluppare insieme un processo a 12 nanometri destinato ai mercati industriali e di rete, prodotto negli impianti americani di Intel: per entrambe è un modo di guadagnare qualcosa da capacità che altrimenti resterebbe sottoutilizzata.
La svolta AI
L'AI non passa dalle fabbriche di UMC, ma le arriva attorno. Ogni server acceleratore richiede componenti di gestione dell'energia, microcontrollori, interfacce e chip di rete che si producono su nodi maturi; e il boom dei data center ha assorbito capacità che il mercato consumer aveva liberato.
Il secondo effetto è il packaging: la domanda di integrazione avanzata è talmente superiore all'offerta che anche gli operatori non di punta hanno trovato spazio nelle fasi meno critiche della catena.
Dove può rompersi
Il problema di UMC ha un nome e una geografia: la capacità cinese sui nodi maturi, costruita con sussidi e destinata a crescere ancora. In un mercato dove il prodotto è sostanzialmente indifferenziato, il prezzo scende fino a incontrare il costo del produttore più sussidiato.
Da qui le periodiche indiscrezioni su ipotesi di consolidamento con altri operatori occidentali: in un settore a costi fissi altissimi, la scala è l'unica difesa rimasta a chi ha rinunciato alla frontiera tecnologica.