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Arm: non produce un solo chip, ma detta l'alfabeto con cui quasi tutti li scrivono

Dal microprocessore per un computer scolastico britannico al cuore di miliardi di dispositivi. E adesso l'architettura più diffusa del mondo sta arrivando dove non doveva arrivare: nel data center.

Il modello di business più insolito dei semiconduttori è anche uno dei più redditizi: Arm non vende hardware, vende il permesso di costruirlo. E incassa una piccola somma ogni volta che qualcuno lo fa.

Le origini

L'architettura nasce ad Acorn Computers, azienda di Cambridge nota per il BBC Micro. All'inizio degli anni Ottanta gli ingegneri di Acorn cercano un processore adatto alla macchina successiva, non lo trovano e se lo progettano: nasce l'Acorn RISC Machine, un'architettura semplice, con poche istruzioni e — dettaglio decisivo, all'epoca casuale — consumi bassissimi.

Nel 1990 Acorn, Apple e VLSI costituiscono una società separata, Advanced RISC Machines, per sviluppare quel progetto. Non avendo i soldi per costruire fabbriche, Arm sceglie di licenziare: chiunque può comprare il diritto di usare l'architettura o i core già progettati. Quando arriva il telefono cellulare, quell'ossessione per il consumo energetico diventa il vantaggio decisivo. Da lì in poi Arm è semplicemente ovunque: praticamente ogni smartphone del pianeta, più microcontrollori, sensori, dischi, auto.

Nel 2016 SoftBank la compra per 32 miliardi di dollari e la toglie dalla borsa. Nel 2020 prova a rivenderla a NVIDIA: l'operazione salta nel 2022 sotto il fuoco incrociato dei regolatori e degli stessi clienti di Arm, che non volevano vedere l'architettura neutrale in mano a un concorrente. Nel 2023 arriva la quotazione al Nasdaq.

Cosa fa davvero

Arm vende due cose. La prima è l'architettura: il set di istruzioni, che aziende come Apple, Qualcomm o Nuvia licenziano per progettarsi i core da zero. La seconda sono i core già pronti — Cortex per mobile ed embedded, Neoverse per server e infrastruttura — più, da qualche anno, sottosistemi completi (Compute Subsystems) che riducono a pochi mesi il lavoro di integrazione di un cliente.

Il ricavo arriva da una licenza iniziale e poi da una royalty per ogni chip prodotto. Il passaggio all'architettura ARMv9 e la vendita di blocchi più completi hanno alzato sensibilmente quella royalty media: è la vera leva finanziaria dell'azienda.

La svolta AI

Il data center è sempre stato il mercato che Arm inseguiva senza prenderlo. L'ha preso grazie agli hyperscaler: Graviton di AWS, Grace di NVIDIA, Axion di Google, Cobalt di Microsoft sono tutti Neoverse. La ragione è banale e strutturale: nei rack AI l'energia è il vincolo, e ogni watt speso in CPU di servizio è un watt sottratto agli acceleratori. Una CPU efficiente vale più di una CPU veloce.

Il secondo effetto è che Arm ha cominciato a spingersi oltre l'IP, verso la vendita di sottosistemi sempre più completi — un movimento che la avvicina pericolosamente al terreno dei suoi stessi clienti.

Dove può rompersi

Tre fronti. Il conflitto di canale: più Arm sale nella catena del valore, più rischia di competere con chi le paga le royalty. Le dispute contrattuali, come quella con Qualcomm sull'eredità di Nuvia, che hanno mostrato quanto sia sottile il confine tra licenza di architettura e licenza di core. E soprattutto RISC-V, l'alternativa aperta e senza royalty che nei microcontrollori e negli acceleratori sta già erodendo terreno, e che per molti clienti è soprattutto un formidabile strumento di negoziazione.

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