Nella storia dei semiconduttori AMD è il caso di studio più istruttivo: un'azienda arrivata due volte a un passo dall'irrilevanza e tornata due volte competitiva, senza mai possedere una fabbrica di punta.
Le origini
Fondata nel 1969 da Jerry Sanders e da un gruppo di transfughi di Fairchild, AMD vive i primi vent'anni come "seconda fonte": IBM pretende che i chip x86 del PC abbiano più di un fornitore, e Intel è costretta a concederle la licenza. Da lì nasce un rapporto fatto di cause legali e dipendenza reciproca.
Il primo scatto d'orgoglio è l'Athlon (1999), la prima CPU a superare il gigahertz, seguita nel 2003 dall'Athlon 64 che impone al mondo l'estensione a 64 bit di x86 — quella che ancora oggi tutti chiamano x86-64 e che Intel dovette adottare. Poi arrivano gli errori: l'acquisizione di ATI nel 2006 pagata troppo, la cessione delle fabbriche (che diventeranno GlobalFoundries) nel 2009 e soprattutto l'architettura Bulldozer del 2011, un disastro tecnico che consegna a Intel un decennio di rendita.
La rinascita ha una data, il 2014, e un nome: Lisa Su. La scelta strategica è duplice: abbandonare la produzione interna e affidarsi a TSMC, e spezzare il processore in chiplet collegati da Infinity Fabric, così da poter usare il nodo di punta solo dove serve. Nel 2017 esce Zen; nel giro di pochi anni Epyc erode a Intel una quota di mercato server che sembrava inattaccabile.
Cosa fa davvero
Oggi AMD è quattro aziende in una: CPU per server (Epyc) e per PC (Ryzen), GPU per videogiochi (Radeon), acceleratori per data center (Instinct) e — dopo l'acquisizione di Xilinx nel 2022, la più grande della sua storia — FPGA, DPU e silicio adattivo per industria, telecomunicazioni e difesa. A queste si aggiunge un'attività semi-custom che le ha fatto vincere il silicio di PlayStation e Xbox per tre generazioni.
La svolta AI
Il primo colpo AMD lo mette a segno nel calcolo scientifico: Frontier, il primo supercomputer exascale, gira su CPU e GPU AMD. Ma è con la serie Instinct MI300 che l'azienda entra davvero nella partita dei modelli linguistici, giocando la carta più sensata a disposizione di un inseguitore: più memoria HBM e più banda per acceleratore, cioè modelli più grandi su meno schede. Le generazioni successive — MI325, MI350, i sistemi rack-scale annunciati per il 2026 — seguono la stessa logica, con una cadenza annuale copiata dal leader.
Sul piano commerciale, la svolta è arrivata quando i grandi laboratori hanno cominciato a firmare impegni pluriennali su volumi misurati in gigawatt, con strutture finanziarie che legano fornitore e cliente ben oltre il singolo ordine. Per AMD non è solo fatturato: è la prova che esiste una domanda strutturale di un secondo fornitore.
Dove può rompersi
Il problema di AMD non è il transistor: è ROCm. Lo stack software ha recuperato molto, ma resta più fragile di CUDA nei casi limite — kernel non standard, addestramento distribuito su cluster enormi, aggiornamenti dei framework. Ogni ora persa a far girare un modello su hardware alternativo va sottratta al risparmio sul prezzo di listino.
Poi c'è l'aritmetica della catena di fornitura: AMD compete con NVIDIA per gli stessi wafer TSMC, lo stesso packaging avanzato e la stessa HBM. In un mercato dove l'offerta è vincolata a monte, avere ordini non basta: bisogna avere allocazione. E su quella, chi compra da vent'anni ha sempre un vantaggio.