La Corte di Giustizia dell'Unione Europea (CGUE) ha stabilito il 16 luglio 2026 che Google non può invocare automaticamente lo "scudo" di responsabilità riservato agli host neutrali di internet per i video pubblicati su YouTube da un creator con cui l'azienda ha un rapporto commerciale di condivisione dei ricavi pubblicitari. La decisione (causa C-421/24, AGCOM) restringe in modo significativo l'esenzione da responsabilità prevista dalla Direttiva e-Commerce e ha potenziali ricadute sull'intera creator economy europea.
Da dove nasce il caso
La vicenda affonda le radici in una battaglia legale lunga quattro anni. Nel luglio 2022 l'AGCOM, l'Autorità italiana per le garanzie nelle comunicazioni, aveva inflitto a Google Ireland Ltd. una sanzione da 750.000 euro (circa 854.250 dollari), ordinando anche la rimozione di diversi video YouTube che promuovevano il gioco d'azzardo online in violazione del divieto quasi totale di pubblicità previsto dalla normativa italiana (il cosiddetto "Decreto Dignità").
I video erano stati caricati da un creator legato a Google da un accordo di partnership commerciale, che prevedeva tra l'altro la spartizione dei ricavi generati dagli annunci mostrati prima di ciascun video. Google ha impugnato la sanzione e il Consiglio di Stato ha sospeso il giudizio rinviando alla Corte di Giustizia alcune questioni pregiudiziali.
Cosa ha deciso la Corte
La CGUE ha risposto essenzialmente su due punti:
- L'hosting di pubblicità online sul gioco d'azzardo rientra nell'ambito della Direttiva e-Commerce, e non ne è escluso.
- Google non può invocare l'esenzione da responsabilità dell'host per i video di un canale YouTube di cui aveva esaminato i contenuti — tema principale, video più visti e metadati — prima di stipulare l'accordo di condivisione dei ricavi con il creator.
In altre parole, secondo la Corte una piattaforma perde lo statuto di intermediario "passivo e neutrale" quando va oltre il semplice hosting: se rivede attivamente i contenuti, le performance del canale o i metadati di un creator prima di avviare una partnership commerciale, può essere ritenuta responsabile di ciò che quel canale pubblica.
Lo scarto rispetto all'Avvocato generale
Il verdetto è andato oltre le conclusioni non vincolanti dell'Avvocato generale Maciej Szpunar, depositate lo scorso novembre. Szpunar riteneva che YouTube potesse ancora essere considerato un intermediario passivo e neutrale, purché non selezionasse o rimodellasse attivamente i contenuti. I controlli effettuati sui creator prima dell'ammissione al programma partner erano, a suo avviso, una verifica di idoneità di routine.
La Corte ha invece letto gli stessi controlli come prova che Google fosse a conoscenza della natura dei canali: dal controllo di ammissibilità al programma partner la sentenza fa così un salto verso la "conoscenza specifica" del contenuto illecito.
Perché riguarda molto più di Google
Il principio non è confinato alla pubblicità sul gioco d'azzardo. Il test elaborato dalla CGUE ruota attorno a una domanda: la piattaforma esamina il canale di un creator prima di iniziare a pagarlo? È un passaggio integrato non solo nello YouTube Partner Program, ma anche nel Creator Rewards di TikTok e negli strumenti per i contenuti sponsorizzati di Instagram.
Regolatori e piattaforme di tutta l'UE seguono quindi la causa da vicino: la spartizione dei ricavi con chi carica i contenuti sfuma sempre più il confine tra hosting passivo e attività editoriale. Per il settore del gioco d'azzardo e delle scommesse online, la sentenza ribadisce inoltre che i divieti pubblicitari nazionali — come quello quasi totale italiano — restano applicabili anche contro le grandi piattaforme che sostengono di fornire "solo l'infrastruttura".
Le critiche: rischio per la libertà di espressione
Non mancano le preoccupazioni. La Electronic Frontier Foundation (EFF) avverte che, equiparando l'organizzazione algoritmica dei contenuti a un controllo editoriale, la sentenza rischia di escludere dallo scudo di responsabilità i social network e di spingere le piattaforme a un monitoraggio proattivo, con conseguente rimozione anche di contenuti leciti.
Poiché il ragionamento della Corte sarà applicato e affinato dai giudici nazionali — e la Commissione europea tende a recepire le pronunce di principio nella legislazione — l'EFF teme che la libertà di espressione online diventi "un danno collaterale".
Il quadro normativo e i prossimi passi
La sentenza si inserisce in un ecosistema in cui il Digital Services Act (DSA), pienamente operativo dal febbraio 2024, convive con la più datata Direttiva e-Commerce senza sostituirne del tutto l'impianto sulla responsabilità: i giudici continuano a interpretare entrambi gli strumenti caso per caso.
Ora la parola torna in Italia: sarà il Consiglio di Stato a decidere nel merito la controversia, applicando i principi fissati dalla Corte di Giustizia.
Fonti: Courthouse News Service, Reuters (via WTVB), PPC Land, Gambling Insider, Electronic Frontier Foundation, Agence Europe.