Il 26 agosto 2026 il Dipartimento di Giustizia e l'FBI hanno annunciato il sequestro, autorizzato da un tribunale della Southern District of California, di due piattaforme complementari usate per anni per colpire infrastrutture critiche statunitensi: QScan e QTRouter. Dietro entrambe c'è, secondo gli atti giudiziari appena desecretati, un gruppo identificato come "QTFY", riconducibile alla società cinese Nanjing Xinjiuwei Network Technology Company, che offrirebbe servizi di hacking a pagamento — tra i clienti citati, il Ministero della Sicurezza di Stato e l'Esercito popolare di liberazione della Repubblica Popolare Cinese.
Il meccanismo descritto dall'FBI è quello di un'infrastruttura a due livelli pensata soprattutto per nascondere le tracce. QScan scansiona la rete globale e infetta automaticamente migliaia di dispositivi IoT — telecamere, router, apparati domestici connessi — arruolandoli nella rete QTRouter, che aggiunge a questi dispositivi compromessi anche servizi proxy commerciali e server privati virtuali affittati. Il risultato è una "rete di offuscamento": le comunicazioni malevole sembrano partire da computer sparsi in tutto il mondo, non dalla Cina, rendendo molto più difficile attribuire gli attacchi alla loro origine reale.
Secondo l'affidavit dell'FBI, la campagna va avanti da almeno il 2018. Tra le vittime elencate negli atti giudiziari figurano il Dipartimento di Giustizia stesso, la NASA, la Federal Reserve, il Dipartimento dell'Energia, il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani, il National Institutes of Health e il Senato degli Stati Uniti. A questi si aggiungono reti operate da ospedali, aziende di telecomunicazioni, compagnie elettriche, istituzioni finanziarie e appaltatori della difesa — il tipico bersaglio delle campagne di spionaggio industriale e infrastrutturale attribuite ad attori statali cinesi negli ultimi anni.
Il procuratore generale Todd Blanche ha commentato l'operazione senza mezzi termini: "Gli hacker malevoli sponsorizzati da uno Stato che prendono di mira le infrastrutture critiche americane saranno fermati e perseguiti. Siamo qui per garantire sicurezza al popolo americano e useremo ogni strumento a nostra disposizione per mantenere questa promessa." Ha aggiunto che l'operazione è "l'ultima di una serie di iniziative tecniche per smantellare le attività di hacking indiscriminato sponsorizzate dalla Repubblica Popolare Cinese".
La replica di Pechino è arrivata su due fronti. L'ambasciata cinese a Washington ha dichiarato che il Paese "si oppone fermamente e combatte ogni forma di attacco informatico in conformità con la legge", invitando gli Stati Uniti "a smettere di usare le questioni di cybersicurezza per screditare la Cina" — salvo poi rispondere, quando interpellata sui dettagli specifici delle accuse del Dipartimento di Giustizia, di non esserne a conoscenza. Il portavoce del ministero degli Esteri Lin Jian ha parlato invece di "forte insoddisfazione e ferma opposizione" verso quella che ha definito una prassi ricorrente di "infangare la Cina con il pretesto della cybersicurezza".
Va detto cosa è, tecnicamente, questa operazione: non un'incriminazione di singoli individui, ma un sequestro di infrastruttura — i domini e le piattaforme usate per condurre gli attacchi sono stati disattivati, rendendo QScan e QTRouter inutilizzabili nella loro forma attuale. È lo stesso tipo di intervento con cui negli ultimi anni le autorità americane hanno già colpito altre reti botnet legate a campagne cinesi contro infrastrutture critiche, dal Congresso alle utility energetiche. Il fatto che QTFY abbia potuto operare indisturbato per almeno otto anni, penetrando reti sensibili come quelle della Federal Reserve e del Senato, resta però la misura più concreta di quanto sia ancora difficile, per un Paese avanzato come gli Stati Uniti, difendere davvero le proprie infrastrutture critiche da uno spionaggio di questa scala e di questa pazienza.