Ci sono frasi che valgono più di una policy scritta. Il 15 luglio 2026, sulla mailing list linux-media, Linus Torvalds ne ha pronunciata una che ha fatto il giro dei siti tech in poche ore: «Linux non è uno di quei progetti anti-AI, e se qualcuno ha problemi con questo, può fare la cosa open source e forkarlo. Oppure semplicemente andarsene». Come riporta The Register, non è stata una risposta a caldo su un social, ma un intervento deliberato del top-level maintainer dentro un thread tecnico che stava scivolando sul terreno ideologico.
La cosa interessante non è il tono — Torvalds è Torvalds da trent'anni — ma dove ha deciso di piantare i piedi.
Cosa stava succedendo davvero
Il contesto lo hanno ricostruito bene Phoronix e Tom's Hardware: la discussione ruotava attorno a Sashiko, uno strumento di code review agentico e opt-in che analizza le patch del kernel in più passaggi prima che arrivino ai maintainer umani. Non un obbligo, non un bot che committa da solo: un filtro automatico, che i sottosistemi possono scegliere di usare.
Il nodo tecnico era concreto. Lo sviluppatore Laurent Pinchart aveva proposto di triare l'output di Sashiko — far passare i commenti generati dallo strumento sotto revisione umana prima di inviarli agli autori delle patch. Roman Gushchin, uno dei creatori del tool, ha obiettato che così facendo si annullerebbe gran parte della sua utilità: se ogni commento automatico va comunque validato a mano, il collo di bottiglia (il tempo dei maintainer) resta identico.
È un problema reale di ingegneria del processo, non di principio. Ma nei commenti si è insinuata la domanda di fondo — dovremmo davvero usare l'AI nel kernel? — ed è lì che Torvalds ha interrotto.
La logica dietro la battuta
La parte che conta non è il «fork it», è il ragionamento. Come cita PC Gamer, Torvalds ha scritto:
«Non stiamo forzando nessuno a usarla, ma ignorerò molto rumorosamente chi prova a impedire ad altri di usarla. E no, l'AI non è perfetta. Ma, Cristo, chiunque punti il dito sui problemi dell'AI farebbe bene a guardarsi allo specchio e puntarlo anche contro sé stesso. Perché non è che l'intelligenza naturale sia sempre così eccezionale.»
Sotto il sarcasmo c'è una posizione precisa, in due tempi. Primo: l'AI è un tool, «e chiaramente uno utile» — va giudicato come qualsiasi altro strumento, sul merito. Secondo: la decisione si prende sulla base del merito tecnico, non della paura di strumenti nuovi. Il progetto, ha ricordato, «è sempre stato e continuerà a essere sulla tecnologia». La libertà di non usare l'AI resta; quella di vietarla agli altri, no.
Da «90% marketing» a difensore d'ufficio
Vale la pena ricordare da dove parte chi dice questo. Nel 2024, allo stesso palco degli Open Source Summit, Torvalds aveva liquidato l'hype con la sua frase più citata sul tema: l'AI è «90% marketing e 10% realtà», come ricordava allora Tom's Hardware. Non è diventato un evangelista: è la stessa persona, con la stessa allergia al fumo negli occhi. La differenza è che il 10% di realtà, due anni dopo, è entrato nel flusso di lavoro quotidiano — e quando è arrivato il momento di scegliere se sbarrargli la porta, ha scelto di tenerla aperta.
Perché non è (solo) una notizia di gossip su Linus
Il dibattito sul codice generato o assistito da AI spacca le comunità open source almeno dal 2024, e non è una questione di simpatia verso i chatbot. Ci sono problemi seri: la provenienza e la licenza del codice suggerito, la responsabilità di chi firma il Signed-off-by, il rischio di sommergere i maintainer — già la risorsa più scarsa del kernel — sotto una valanga di patch plausibili ma non verificate. La vicenda Sashiko è esattamente questo: non «AI sì / AI no», ma come si revisiona a scala l'output di uno strumento che produce più di quanto un umano riesca a leggere. Come sintetizza GamingOnLinux, l'intervento arriva proprio mentre l'ecosistema — dalle raccomandazioni della Software Freedom Conservancy in giù — prova a darsi delle regole.
Qui la posizione di Torvalds è, a mio avviso, più sottile di come è stata titolata (su Slashdot è diventata un puro «fork it or walk away»). Non ha detto che l'AI vada bene sempre e comunque. Ha detto due cose diverse: che la decisione tecnica spetta a chi mantiene il codice, sottosistema per sottosistema, e che l'opposizione di principio non è un argomento tecnico. È governance da benevolent dictator, con l'ultima valvola di sfogo dell'open source — il fork — messa sul tavolo come promemoria: nessuno è prigioniero di Linux, ma nessuno decide per tutti gli altri.
La domanda vera, quella che Sashiko pone e che nessuna battuta chiude, resta aperta: quando uno strumento genera più segnalazioni di quante i maintainer possano leggere, chi tria il triatore? Torvalds ha stabilito che si può usare l'AI. Non ha stabilito — e forse non può — come farla convivere con la risorsa che il kernel non riesce a scalare: l'attenzione umana.
Fonti: The Register, Phoronix, Tom's Hardware, PC Gamer, GamingOnLinux, Slashdot.