Il 27 aprile è iniziato a Oakland il processo che può rimettere in discussione la struttura di OpenAI proprio mentre l'azienda si avvicina all'IPO. Sul tavolo: 134 miliardi di danni, la rimozione di Sam Altman, e una domanda più grande del processo stesso.
C'è una causa civile che, in altri tempi, sarebbe stata derubricata a faida tra miliardari. Invece il processo che si è aperto lunedì 27 aprile nel tribunale federale di Oakland, davanti alla giudice Yvonne Gonzalez Rogers, è qualcosa di più: è il primo banco di prova legale per capire se le promesse fondative di un laboratorio di AI hanno ancora un peso giuridico, dopo che quel laboratorio è arrivato a valere circa 852 miliardi di dollari e si prepara a quotarsi in borsa.
Da una parte Elon Musk, che nel 2015 cofondò OpenAI con Sam Altman e altri come organizzazione non profit dedicata a sviluppare AI "a beneficio dell'umanità". Dall'altra Sam Altman, che oggi guida una società da quasi un trilione di dollari con quasi un miliardo di utenti settimanali. In mezzo, una giuria di nove persone — un numero di candidati tre volte superiore alla norma per una causa civile, proprio per la difficoltà di trovare giurati imparziali.
Le accuse di Musk: "perfidia di proporzioni shakespeariane"
Nel ricorso, Musk e i suoi legali sostengono che Altman e il presidente Greg Brockman lo abbiano "assiduamente manipolato" per finanziare quella che gli avevano descritto come una charity dedicata all'AI sicura e open-source, salvo poi ristrutturare la società in un colosso for-profit. La cifra in ballo è da capogiro: tra 79 e 134 miliardi di dollari di danni — somma che Musk ha specificato dovrebbe essere versata alla parte non profit di OpenAI, non a lui personalmente.
Delle 26 accuse iniziali del 2024, ne restano due: arricchimento ingiusto e violazione del trust caritatevole. Le richieste di rimedio sono però radicali: rimuovere Altman e Brockman dal board, smontare la struttura for-profit e riportare OpenAI al modello non profit originario. Microsoft è coimputata, accusata di favoreggiamento.
La difesa: le email che cambiano la narrazione
OpenAI ha risposto pubblicando centinaia di pagine di email e messaggi interni, e qui la storia si complica. Nel novembre 2015, lo stesso Musk scriveva che "la struttura non sembra ottimale… probabilmente meglio una standard C corp con una non profit parallela". Nel settembre 2017, creava personalmente una public benefit corporation come proposta di nuova struttura per OpenAI. Quando il team rifiutò di dargli l'equity di maggioranza e il controllo totale, Musk se ne andò.
Nel febbraio 2018, secondo le email pubblicate da OpenAI, Musk inoltrò un messaggio in cui si proponeva di "agganciare OpenAI a Tesla come cash cow", commentando che era "esattamente giusto: Tesla è l'unica strada che potrebbe avere una speranza contro Google". Il team di OpenAI rifiutò: nessuno voleva trasferirsi sotto Tesla. Musk uscì dal board nel febbraio 2018 e, secondo OpenAI, predisse che la società sarebbe fallita con probabilità del 100%. Nel 2023 ha lanciato xAI, oggi diretto concorrente.
La domanda che la giuria deve davvero risolvere
Il punto giuridico non è banale. Come ha osservato Jill Horwitz, docente di diritto del non profit alla Northwestern University, in un'intervista a MIT Technology Review: l'idea che un ex donatore o ex membro del board possa intentare una causa per violazione del trust caritatevole è insolita. Di solito sono i procuratori generali a tutelare lo scopo benefico — e infatti i procuratori della California e del Delaware hanno già approvato la nuova struttura societaria di OpenAI a ottobre 2025, con condizioni come un comitato sicurezza che vigila sul ramo for-profit. Il procuratore generale californiano si è esplicitamente rifiutato di unirsi alla causa di Musk.
A testimoniare saliranno Musk, Altman, Brockman, l'amministratore delegato di Microsoft Satya Nadella, l'ex chief scientist Ilya Sutskever, l'ex CTO Mira Murati e Shivon Zillis, ex board member di OpenAI e madre di alcuni figli di Musk. Il processo è diviso in due fasi: prima la liability (responsabilità), poi gli eventuali rimedi a partire dal 18 maggio. La deliberazione della giuria, che ha valore consultivo per la giudice, è attesa per il 12 maggio.
La vera posta in gioco: il timing è tutto
Il timing del processo non è casuale ed è devastante per OpenAI. La società si prepara a un'IPO che potrebbe essere la quotazione tech più grande della storia, con ricavi che sono passati da 1,6 miliardi nel 2023 a circa 30 miliardi proiettati per il 2026. Una sentenza sfavorevole — anche solo una raccomandazione consultiva problematica della giuria — può far saltare il banco proprio nel momento di massima fragilità reputazionale. L'analista Dan Ives di Wedbush l'ha definita "una soap opera tech che tutti gli investitori guarderanno", ma con un sottotesto cinico: chi vince in tribunale, vince anche posizione di mercato.
L'analisi di GignuxNote
Qui sta il nocciolo che la stampa generalista tende a perdere. Questo non è un processo morale tra il "buon Musk" e il "cattivo Altman", e non è nemmeno una semplice causa contrattuale. È un test sulla tenuta giuridica delle dichiarazioni di intenti nel settore AI.
Tutti i grandi laboratori — OpenAI, Anthropic, xAI stessa — sono nati con qualche forma di posizionamento etico, di "missione benefit", di responsibility statement. Tutti, prima o poi, hanno dovuto fare i conti con il fatto che addestrare modelli di frontiera richiede capitali da sovrano, non da no profit. Il processo Musk vs OpenAI fornirà il primo precedente concreto su quanto, davanti a un tribunale americano, queste dichiarazioni iniziali possano vincolare la traiettoria societaria successiva.
E c'è una seconda lettura, ancora più scomoda: come ha notato Julia Powles dell'UCLA in un'intervista a CBS News, entrambe le parti sostengono di avere a cuore l'interesse pubblico, ma il record probatorio mostra che entrambe "amano dire alla gente quello che vuole sentire". Musk denuncia il tradimento della missione mentre gestisce un competitor diretto. OpenAI giura sulla mission charter mentre lancia servizi finanziari, advertising e tooling enterprise. La giuria di Oakland non sta giudicando solo due persone: sta giudicando l'intera retorica con cui questa industria ha venduto se stessa al mondo negli ultimi dieci anni.
E forse questo, più dei 134 miliardi di Musk, è il vero motivo per cui vale la pena seguire il processo fino in fondo.