Una giuria federale di Oakland ha respinto in meno di due ore tutti i capi d'accusa che Elon Musk aveva mosso a Sam Altman, Greg Brockman, OpenAI e Microsoft. Ma il verdetto unanime non riguarda il merito della causa: riguarda la prescrizione. La domanda di fondo — se un laboratorio fondato come ente di beneficenza possa legittimamente trasformarsi in una corporation da 852 miliardi di dollari mantenendo il marchio mission-driven — non è mai stata posta alla giuria. Un'analisi di cosa è successo davvero, e perché questa "vittoria" di OpenAI non è la chiusura del problema che racconta di essere.
Il foglio piegato delle 10:23
Alle 10:23 del mattino di lunedì 18 maggio 2026, un ufficiale giudiziario di nome Edwin Cuenco ha attraversato un'aula del Ronald V. Dellums Federal Building di Oakland e ha consegnato un foglio piegato alla giudice Yvonne Gonzalez Rogers. La giudice stava ascoltando un perito di Elon Musk parlare di valutazioni miliardarie. La giuria — sei donne e tre uomini, nominata in via consultiva dalla stessa Gonzalez Rogers — era entrata in camera di consiglio un'ora e cinquantatré minuti prima. Aveva una decisione.
Secondo il resoconto di NPR, il verdetto è unanime su tutti e tre i capi d'accusa rimasti in piedi al momento del processo: violazione del trust caritatevole, indebito arricchimento, e aiding-and-abetting di Microsoft. Tutti respinti per prescrizione. Nessuno esaminato nel merito. La giudice ha accolto la giuria seduta stante: «I've always said I would accept the jury's verdict», ha dichiarato, secondo CNBC. «There's a substantial amount of evidence to support the jury's finding, which is why I was prepared to dismiss on the spot.»
Né Musk né Altman né Brockman erano presenti. Musk era a Pechino con Donald Trump, atterrato qualche giorno prima dopo aver completato la sua deposizione di tre giorni e ottenuto dalla giudice un permesso, formalmente non concesso ma di fatto accettato, di partire — un dettaglio che NBC News ha sottolineato. Altman era a San Francisco. Brockman, presidente di OpenAI e co-imputato fino all'ultimo, da qualche parte fuori dall'aula come per tutto il processo. Solo gli avvocati erano lì. Quando il verdetto è stato letto, i legali di OpenAI e Microsoft si sono abbracciati durante la pausa. Fuori dal tribunale, secondo TechCrunch, sei manifestanti con cartelli "Stop AI" stavano ancora cantando.
La distinzione che i titoli non fanno
"Musk perde contro OpenAI", hanno scritto la maggior parte dei giornali italiani — da Il Post al Sole 24 Ore, passando per ANSA. È vero, ma è anche profondamente fuorviante.
La giuria non ha esaminato se Sam Altman e Greg Brockman abbiano effettivamente "rubato un ente di beneficenza", come Musk ha ripetuto ossessivamente dal banco dei testimoni. La giuria ha esaminato un'altra domanda, molto più piccola: Musk avrebbe potuto fare causa prima? Sì, hanno risposto i giurati. Quindi è tardi. Il termine di prescrizione per il "breach of charitable trust" è di tre anni in California, due per l'unjust enrichment. Musk avrebbe dovuto agire entro il 2021. Ha agito nel 2024.
Questo è quello che gli americani chiamano a calendar technicality. Musk lo ha definito così su X subito dopo il verdetto, in tre post in rapida successione riportati integralmente da NPR e da Deadline: «The judge & jury never actually ruled on the merits of the case, just on a calendar technicality. […] I will be filing an appeal with the Ninth Circuit, because creating a precedent to loot charities is incredibly destructive to charitable giving in America». Nel terzo post ha attaccato direttamente la giudice, definendola «terrible activist Oakland judge».
Per una volta — e solo per una volta — Musk ha ragione su un punto: il giudice e la giuria non hanno mai deciso nel merito. Hanno solo deciso che era troppo tardi per decidere.
Cosa è OpenAI oggi, e quanto vale
Prima di entrare nei dettagli del processo, conviene fissare il quadro economico in cui questo verdetto cala. Secondo i comunicati ufficiali di OpenAI, la ricapitalizzazione completata il 28 ottobre 2025 ha trasformato l'organizzazione in una struttura a due livelli: una OpenAI Foundation non profit che detiene circa il 26% di una OpenAI Group PBC (Public Benefit Corporation del Delaware) — il veicolo operativo che gestisce l'attività commerciale. Microsoft mantiene il 27% della PBC e una licenza all'IP fino al 2032. Dipendenti e investitori si dividono il restante 47%.
A fine marzo 2026 OpenAI ha chiuso un round da 122 miliardi di dollari a una valutazione post-money dichiarata di 852 miliardi. Si tratta di una valutazione vendor-supplied — comunicata dalla società stessa, riferita a un mercato privato senza audit pubblici. Il run rate di ricavi citato in alcune ricostruzioni di stampa è di circa 24 miliardi annualizzati, anche questo dato non certificato. Sullo sfondo si parla di un'IPO obiettivo Q4 2026 / 2027 verso il trilione di dollari di valutazione — un timeline su cui la CFO Sarah Friar, intervistata da CNBC l'8 aprile scorso, si è guardata bene dal prendere impegni.
Sul fronte opposto, xAI di Musk ha chiuso a gennaio una Series E da 20 miliardi a una valutazione di 230 miliardi. Il 2 febbraio xAI è stata assorbita in SpaceX in un deal all-stock che valuta l'entità combinata 1,25 trilioni di dollari — la più grande fusione privata della storia. La causa contro OpenAI non era un atto disinteressato di tutela della missione caritatevole: era anche, materialmente, una mossa nel quadro competitivo tra due colossi dell'IA. Questo non delegittima la causa di Musk, ma cambia come la si legge.
Cronologia minima
Per chi non ha seguito il caso dall'inizio, sette date essenziali:
- Dicembre 2015: OpenAI nasce come 501(c)(3) non profit. Tra i co-fondatori: Sam Altman, Elon Musk, Greg Brockman, Ilya Sutskever. La missione dichiarata è sviluppare AGI «senza il bisogno di generare ritorno finanziario», a beneficio dell'umanità.
- 2015–2017: Musk dona circa 38 milioni di dollari alla non profit. Cifra usata in aula e dalla giuria; alcune ricostruzioni la portano a ~44 milioni includendo affitti e contributi indiretti.
- Febbraio 2018: Musk lascia il board. Sospende i finanziamenti diretti.
- Marzo 2019: nasce la "capped-profit" subsidiary di OpenAI; Microsoft entra con il primo miliardo di dollari.
- Novembre 2023: "The Blip". Il board licenzia Altman citando una mancanza di candor. Altman rientra dopo cinque giorni, grazie alla pressione di Microsoft e a una minaccia di dimissioni di massa dei dipendenti.
- Febbraio 2024: Musk fa causa in tribunale statale a San Francisco. La ritira. Ad agosto 2024 fa nuova causa in tribunale federale, aggiungendo capi RICO ed espandendo le accuse a frode e indebito arricchimento.
- 27 aprile 2026: inizio del processo a Oakland davanti alla giudice Yvonne Gonzalez Rogers, come ricostruito da NPR all'apertura delle udienze.
Tre settimane di processo
L'aula di Oakland ha ospitato per tre settimane una sfilata di testimoni che insieme valevano oltre 800 miliardi di dollari di patrimonio dichiarato. La cancelliera prendeva nota.
Musk al banco dei testimoni (28-30 aprile). Tre giorni di deposizione, riassunti da CNBC e Courthouse News. Musk monotono nell'esame diretto, animato solo quando ricordava le conversazioni con Larry Page sull'IA. Mantra ripetuto: «You can't just steal a charity». Frase più citata: «I was a fool who provided them free funding to create a startup». Ammissione tecnicamente rilevante: xAI ha usato modelli di OpenAI per addestrare i propri («It is standard practice to use other AIs to validate your AI»).
Satya Nadella (11 maggio). Il CEO Microsoft ha testimoniato per il primo round della difesa OpenAI, come ricostruito da CNBC. Nadella ha negato di aver mai sollecitato il reintegro di Altman al board di OpenAI durante il Blip — smentendo la testimonianza di Tasha McCauley.
Ilya Sutskever (11 maggio). L'ex chief scientist ha riconosciuto di aver passato «months gathering evidence» sul "pattern of deception" di Altman prima del licenziamento del novembre 2023, poi di aver cambiato voto e di essersene pentito. La sua quota in OpenAI: circa 7 miliardi di dollari.
Sam Altman (12 maggio). Quattro ore al banco dei testimoni. Cross-examination memorabile da parte di Steven Molo, l'avvocato di Musk:
— Are you completely trustworthy? — I believe so. — Do you always tell the truth? — I'm sure there is some time in my life when I have not.
Frasi-chiave riportate da CNBC e dalla copertura di The Ringer. Sul Blip: «completely caught off guard», «I didn't know what was going on», «I was willing to run back into a burning building to try to save it». Su Musk: «I felt like he had abandoned us, not come through on his promises». Sulla missione originaria: «Part of the reason we started OpenAI is we didn't think AGI could be under the control of any one person, no matter how good their intents are». E la sintesi della difesa OpenAI: «We created one of the largest charities in the world».
Greg Brockman. Presidente di OpenAI, co-imputato silenzioso. La rivelazione più rilevante è arrivata via cross-examination: la sua quota in OpenAI vale «closer to $30 billion», secondo la stessa ammissione di Brockman ripresa da NBC News. Ma soprattutto, è il suo diario personale del novembre 2017 a costituire — secondo me, e questo è il punto centrale che la cronaca dominante sta sottovalutando — la prova più importante mai introdotta nel processo.
La pistola fumante che nessuno ha letto abbastanza forte
Nel suo diario privato, scritto dopo un incontro con Ilya Sutskever a novembre 2017, Greg Brockman ha annotato — la formulazione esatta è ancora parzialmente sigillata — che non si poteva dire di essere committed al non profit perché if three months later we're doing b-corp then it was a lie.
Tradotto: se tre mesi dopo ci stiamo trasformando in una società commerciale, allora era una bugia.
Questa frase è la prova che Gonzalez Rogers ha citato nel ruling del 15 gennaio 2026 con cui ha negato il summary judgment di OpenAI e mandato il caso a processo. È un'ammissione, in tempo reale, da parte del co-fondatore che — per stessa testimonianza ripresa dai cross-exam — sapeva nel 2017 che la postura pubblica della non profit era già una posa. Eppure, durante il processo, questa frase è passata in secondo piano rispetto allo scambio teatrale tra Molo e Altman sulla sincerità personale. Il sistema giudiziario ha preferito interrogare le persone piuttosto che le dichiarazioni istituzionali.
C'è un altro frammento che merita la stessa attenzione, ed è la testimonianza di Mira Murati, ex chief technology officer di OpenAI, riportata da Infobae e Technobezz. Murati ha rivelato un messaggio scambiato con Altman durante il Blip del novembre 2023: Altman le chiedeva se le cose si stessero mettendo «directionally good or bad» per il suo reintegro; Murati ha risposto in due parole — directionally very bad — diventate il meme del processo. Sul tema della trustworthiness, Murati ha detto in modo netto che Altman non dice sempre la verità, e che crea «chaos» dicendo cose diverse a interlocutori diversi.
A questo si aggiungono le testimonianze di Helen Toner e Tasha McCauley, gli ex board members che parteciparono al licenziamento di Altman nel 2023 e che hanno deposto in favore di Musk. Toner: Altman ha «a habit of putting words in other people's mouths to get people where he wanted them to go». McCauley (via deposizione videoregistrata): la cultura interna era «toxic», fondata sulla menzogna.
Tutto questo materiale era nel processo. La giuria lo ha ricevuto in prove ed esibizioni. E lo ha messo da parte, perché la domanda da risolvere era un'altra: quando avrebbe dovuto saperlo Musk? Risposta: già nel 2020, quando lui stesso aveva tweettato che OpenAI era stata «essentially captured by Microsoft» — argomento centrale del closing di Microsoft del 14 maggio.
I capi d'accusa: come sono caduti
Per chiarezza, ecco lo stato finale dei sette capi d'accusa che Musk aveva originariamente portato in tribunale.
- Breach of contract (founding agreement). Dismesso in pretrial nel marzo 2025: nessun accordo scritto vincolante vietava il restructuring.
- Breach of fiduciary duty. Dismesso a maggio 2025.
- False advertising. Dismesso a maggio 2025.
- RICO (federale e civile). Dismesso senza leave to amend: la giudice ha ritenuto che i fatti allegati non costituiscano predicate acts.
- Breach of charitable trust. Prescritto, 18 maggio 2026. Termine: 3 anni in California. Merito mai esaminato.
- Unjust enrichment. Prescritto, 18 maggio 2026. Termine: 2 anni. Merito mai esaminato.
- Aiding & abetting (Microsoft). Caduto per derivazione: senza claim principale, cade anche l'accessorio.
Restano formalmente pendenti, ma con scetticismo già segnalato dalla giudice, le accuse antitrust relative agli interlocking directorates ex Clayton Act §8 (Reid Hoffman e Dee Templeton in board incrociati) e a presunte intese restrittive con investitori VC contro xAI. Difficile che vadano a un processo separato, secondo le anticipazioni del New York Times.
Cosa cambia dopo il verdetto
Per OpenAI: strada formalmente spianata verso l'IPO. L'assetto PBC tiene. Altman e Brockman restano al loro posto. La governance ibrida — Foundation che controlla PBC — non viene smontata. Il timeline IPO, secondo un'analisi di TradingKey, perde un ostacolo significativo.
Per Microsoft: beneficiario silenzioso. Conserva il 27% della PBC, la licenza non esclusiva all'IP fino al 2032, e — sotto il deal aggiornato del 27 aprile 2026 — un revenue share di OpenAI cappato fino al 2030. Microsoft ha rilasciato una dichiarazione laconica: «We welcome the jury's decision to dismiss these claims as untimely».
Per xAI/SpaceX: schiaffo strategico. Musk perde l'arma legale contro il principale competitor mentre — secondo le anticipazioni di stampa — SpaceX si prepara a un'IPO al Nasdaq per il 12 giugno, a una valutazione obiettivo tra 1,75 e 2 trilioni di dollari.
Per la governance dell'IA: poco e niente. Il caso non ha fissato un precedente giurisprudenziale sul charitable trust di laboratori IA, ma ha confermato — di fatto — che la decisione su mission drift è in mano agli Attorney General statali, non al pubblico né ai donatori individuali. La California AG si era già rifiutata di unirsi alla causa di Musk nel 2025; gli AG di California e Delaware hanno approvato, con paletti, la ricapitalizzazione PBC nell'ottobre 2025. Per chiunque non sia Musk o un procuratore statale, il messaggio del verdetto è semplice: non vale la pena provarci.
Cinque punti di analisi critica
(i) "Calendar technicality" o accountability gap? Il caso è stato risolto sul WHEN, non sul WHAT. Né il giudice né la giuria hanno detto che Altman e Brockman si sono comportati bene. Hanno detto che Musk ha aspettato troppo. In termini di accountability dell'industria IA, è il peggior risultato possibile: nessuna pronuncia sul fatto se sia legittimo che un laboratorio fondato come ente di pubblica utilità diventi un'azienda da 850 miliardi di dollari mantenendo per anni il marchio mission-driven. La domanda strutturale resta sospesa.
(ii) Donor standing è morto. Sotto la dottrina del charitable trust USA, il potere di policing dell'intento del donatore spetta agli Attorney General, non agli individui. Il verdetto rafforza un'asimmetria di potere: chi può davvero contestare una mission drift di un AI lab? Praticamente nessuno, fuori dagli AG. E gli AG di California e Delaware hanno già firmato.
(iii) Vendor-supplied claims. Gli 852 miliardi di valutazione di OpenAI, i 24 miliardi annualizzati di run rate, il 26% controllato dalla Foundation, i 130 miliardi di equity dichiaratamente to fund philanthropic work: sono tutti numeri che OpenAI stessa fornisce, riferiti a mercati privati, senza audit pubblici. Non c'è un S-1, non c'è un bilancio certificato, non c'è una metrica verificabile su come questa governance funzioni davvero. Il verdetto del 18 maggio cristallizza questo regime di opacità informativa per il tempo necessario all'IPO.
(iv) La narrazione mainstream nasconde un paradosso. I titoli leggono "Musk perde, OpenAI vince". È vero solo in superficie. Sotto, ci sono due fatti scomodi: né l'una né l'altra parte è arrivata con le mani pulite. Musk ha tentato per anni di prendere il controllo di OpenAI o fonderla in Tesla — ammissione emersa più volte in aula. Altman ha gestito conflitti d'interesse (Helion, Cerebras, Stripe), è sopravvissuto a un licenziamento del proprio board per mancanza di "candor", e — come ha scritto WSJ alla vigilia del verdetto — è ora oggetto di un'indagine dell'House Oversight Committee a maggioranza repubblicana sul possibile uso di fondi caritatevoli per gonfiare il valore di altre sue partecipate. Stavros Gadinis (UC Berkeley Law) lo ha sintetizzato in modo netto: il pubblico è lasciato a scegliere tra due miliardari rivali, e la risposta che la maggior parte raggiungerà è — nessuno dei due.
(v) Vibe shift. L'argomento decisivo della difesa OpenAI in aula — il restructuring era the only way to compete in a costly race against Google DeepMind — è diventato canone industriale. Anthropic è PBC. xAI era PBC. OpenAI Group è PBC. Il messaggio implicito: la non profit non scala alla frontiera. Se accettiamo questo, abbiamo già rinunciato all'idea che esistano modelli alternativi di sviluppo di general-purpose AI. Il verdetto del 18 maggio, in questo senso, è meno un evento giudiziario e più una conferma normativa: la rotta verso la commercializzazione totale degli AI lab è ormai irreversibile, salvo intervento legislativo.
Il parallelo italiano che pochi stanno mettendo a fuoco
C'è un dato che vale la pena fissare per chi guarda l'intelligenza artificiale dalla sponda europea. Il 18 marzo 2026 — esattamente due mesi prima del verdetto di Oakland — il Tribunale di Roma ha emesso la sentenza n. 4153/2026 che ha annullato la sanzione di 15 milioni di euro che il Garante per la protezione dei dati personali aveva comminato a OpenAI a fine 2024 per violazioni del GDPR nell'addestramento di ChatGPT. L'annullamento è avvenuto su questioni procedurali. Il Tribunale non ha detto che OpenAI è in regola: ha detto che il provvedimento del Garante non reggeva. Una sconfitta pesante per l'autorità italiana, che aveva pubblicato il provvedimento come precedente europeo, e che vedeva già a gennaio le dimissioni del componente Guido Scorza.
Due tribunali. Due continenti. Due mesi di distanza. Stesso schema: OpenAI esce indenne per ragioni tecnico-procedurali, il merito sostanziale resta inesplorato. Il regolatore italiano non è riuscito a costruire un provvedimento che reggesse a un giudizio. Il sistema giudiziario americano non è riuscito a far passare il tempo abbastanza in fretta per arrivare al merito di un caso fondamentale per la governance dell'IA.
Il risultato è che la stessa entità — il più grande laboratorio di intelligenza artificiale del mondo — ha vinto in due fori distinti senza che nessuno abbia ancora detto, nel merito, se quello che sta facendo sia legittimo, opportuno, conforme al patto originario con donatori e utenti. Questo non significa che OpenAI farà qualcosa di terribile. Significa che, se lo facesse, non sapremmo come fermarla. Significa che la responsabilità di mantenere la promessa originale — quella scritta nei documenti del 2015 — è stata trasferita interamente al board della OpenAI Foundation e al suo intreccio con il consiglio della PBC. Un intreccio che, come ha notato la coalizione Eyes on OpenAI — gruppo di leader filantropici che ha pubblicato una serie di lettere aperte nei mesi precedenti il processo — è praticamente totale. Stesse persone, stesse stanze, stesse riunioni.
L'AI Act europeo, in vigore con phase-in fino al 2027, si concentra sui rischi del prodotto, non sulla governance interna dei laboratori. La conversione mission-driven di un lab IA non è oggi disciplinata da alcun framework normativo, né negli USA né in UE. Il caso Musk v. Altman è la prova che ci servirebbe un'altra categoria di regolazione — quella del trust istituzionale verso chi costruisce AGI. Non è all'ordine del giorno di nessun legislatore.
Cosa aspettarsi adesso
Marc Toberoff, lo storico avvocato di Musk, ai cronisti fuori dal tribunale subito dopo il verdetto: «This one is not over. I can sum it up in one word: appeal». Il ricorso al Ninth Circuit di San Francisco è atteso entro le tradizionali tempistiche federali (30 giorni dal verdetto per il notice of appeal, oltre un anno per la pronuncia). Le difese basate sulla prescrizione raramente vengono ribaltate in appello, e il verdetto della giuria è unanime: i prediction market davano il 40% di vittoria a Musk al 6 maggio; per l'appello le probabilità di ribaltamento sono storicamente più basse.
Sul fronte parallelo, l'indagine dell'House Oversight Committee guidata da James Comer (R-KY) sulle partecipazioni personali di Sam Altman — Helion, Cerebras, Stripe — può evolvere in qualcosa di sostanziale, soprattutto se il Senato si unisce alla vigilanza in vista dell'eventuale IPO. Sei procuratori generali statali GOP hanno già sollecitato il chair SEC Paul Atkins ad aprire un'indagine.
Per OpenAI, la prossima soglia significativa sarà l'eventuale deposito di un S-1. Quel documento — pubblico, certificato, soggetto a SEC enforcement — costringerà finalmente a riconciliare i numeri vendor-supplied con i bilanci. Sarà a quel punto, e non prima, che molti dei nodi rimasti aperti dal verdetto di Oakland potrebbero tornare a essere discussi — non nel merito della missione caritatevole, ma in quello della disclosure agli investitori.
Una cosa che è rimasta in mente
Tre settimane di processo. Due ore di giuria. Un foglio piegato alle 10:23. Greg Brockman aveva scritto nel suo diario, novembre 2017: se tre mesi dopo stiamo facendo una b-corp, allora era una bugia. Sono passati otto anni e mezzo. La b-corp esiste, vale 852 miliardi, e nessun tribunale al mondo ha ancora detto se fosse una bugia oppure no.
A noi, in Europa, che guardiamo questa sequenza con un misto di curiosità e di sgomento, dovrebbe restare un'unica domanda operativa: quali strumenti vogliamo costruire perché la prossima volta — quando un laboratorio di IA cambierà missione strada facendo — la risposta del sistema non sia un'altra technicality.